LA CESTINERIA DI SINNAI
La cestineria di Sinnai, più antica ancora di quella di Castelsardo che è forse la più conosciuta, è citata già nell’ottocento da Alberto Della Marmora, che avvicina i cestini di Sinnai a quelli rinvenuti nelle tombe egiziane, evidenziando ancora una volta il carattere fortemente funzionale di questi manufatti, seppure accompagnato da un moderato decorativismo.
A Sinnai, e nel Campidano in genere, l’uso principale dei cestini era connesso con la lavorazione casalinga della farina e del pane, dato che l’attività economica prevalente di questa zona era quella agricola.
Le materie prime utilizzate sono il giunco e la paglia di grano raccolta dopo la mietitura. La forma più tipica è quella a campana rovesciata.
La lavorazione tradizionale si compie avvolgendo della paglia con andamento a spirale su un piccolo fascio di giunchi o di paglia e unendo poi la treccia ottenuta con punti d’ago. Tipica di questo paese è la decorazione con panno scarlatto.
Con profondissimo senso della tradizione, le donne di Sinnai adottano anche la paglia di colore naturale per realizzare il bordo, creando una decorazione finissima dovuta soltanto ad una delicata variazione di luce.
LA TESSITURA
La tessitura ha fatto parte nei secoli del bagaglio di attività e conoscenze di ogni famiglia sarda: è presumibile che gran parte delle case avesse il proprio telaio per la produzione di una serie di oggetti utili alla vita di ogni giorno e allo scambio in natura.
In Sardegna la tessitura si conserva, nelle sue forme più tradizionali e cariche di significato, in circa una quarantina di paesi. Ogni paese ha la propria tradizione con delle modalità di tessitura e di decorazione particolari.
Il tessuto è come una tela di un quadro su cui l’artigiana sprigiona la sua creatività e la sua fantasia. L’avvento di forme moderne di lavoro e la standardizzazione dei modi di produzione ha finito per conferire pregio a questi preziosi manufatti, testimonianza della tradizione locale. Oggi vi sono piccole comunità dell’interno che devono la loro notorietà al successo che hanno riscosso, in Italia e all’estero, i tipici tappeti e gli arazzi creati dalle abili mani delle tessitrici locali.
LA CERAMICA
In Sardegna lo sviluppo della produzione artistica, iniziato intorno al 1920 con l’intervento di pittori e scultori e con la fondazione delle prime scuole d’arte (Scuola d’arte decorativa di Oristano diretta da Francesco Ciusa nel 1920 - Bottega d’arte ceramica di Cagliari, fondata da Federico Melis nel 1927) continua ancora oggi.
Per lunghi secoli, nonostante le influenze delle dominazioni che si susseguirono nell’isola, ci si limitò esclusivamente alla fabbricazione di oggetti per uso pratico e funzionale, come la brocca per l’acqua da bere, i grandi tegami di cottura, contenitori da impasto, vasi per alimenti e orci per conservare il cibo, mentre la realizzazione di brocche e vasi decorati venne riservata per particolari ricorrenze.
In epoca medievale le corporazioni dei fabbricanti di brocche (gremi) imposero l’obbligo di non variare le forme originali e limitarono la produzione a pochi oggetti (1692, Statuto degli Alfareros). Se da un lato ciò consentì il mantenimento praticamente inalterato di forme legate al passato ed alla tradizione, d’altro canto limitò notevolmente la capacità creativa degli artigiani e l’inserimento dei loro prodotti in ambito commerciale.
Attualmente i maggiori centri di produzione della ceramica sono concentrati ad Assemini e nell’entroterra cagliaritano. Tra le cittadine che vantano la più antica tradizione in questo campo si possono citare Oristano, Pabillonis, Dorgali, Sassari e Siniscola.
I GIOIELLI
Il gioiello sardo è un prodotto tipico in cui si può individuare uno stile etnico, segno della cultura profonda dell’intero popolo della Sardegna. I gioielli sardi sono strettamente legati al costume tradizionale regionale, poiché nelle loro molteplici espressioni integrano il costume, completandolo nei suoi elementi decorativi.
Nel passato i gioielli avevano molti significati e le donne sarde li conservavano e tramandavano di generazione in generazione come oggetti sacri e preziosi. Per ritrovare il significato più segreto dei gioielli sardi (prendas) bisogna risalire alle origini del mito che racconta di fate che, nelle loro case incantate (Domus de Janas), tessevano fili d’oro e d’argento che diventavano stoffe ricamate con pietre preziose.
Nei tempi antichi il gioiello aveva infatti la funzione di medium tra l’uomo e gli dei, per invocarne la grazia o per esorcizzare le forze del male; una pietra nera (ossidiana) all’interno di un cerchietto d’argento (Sabeggia) serviva a sottrarre il nuovo nato alle insidie del malocchio; un corredo di oggetti preziosi affiancato al defunto garantiva la custodia del corpo e la rinascita alla vita; uno scambio di doni sanciva infine la promessa di matrimonio, in cui il gioiello era simbolo dell’alleanza e del vincolo.
Tra tutta la produzione sarda, l’oreficeria è forse quella che ha subito di più le influenze delle altre popolazioni mediterranee.
La produzione orafa degli ultimi secoli non ha un’unità stilistica e varia da provincia a provincia; essa si è servita di elementi eclettici per comporre oggetti particolari. Le influenze provenienti dall’esterno (soprattutto di origine toscana e catalana), le contaminazioni e i sincretismi sono facilmente riscontrabili e giustificabili, dato che la richiesta dei prodotti di oreficeria nasceva soprattutto dai ceti egemoni e dai ceti religiosi, questi ultimi per oggetti di culto. Ciononostante, sono riconoscibili, per lo più nei manufatti destinati ai ceti popolari, i tratti di una vecchia tradizione formale locale, tipica, in certa misura, del sud dell’isola.
I centri di lavorazione tradizionalmente più importanti furono Cagliari, Iglesias e Sassari, da dove poi la produzione si diffuse in centri minori.





